Valle dell’Omo

Ci sono ancora popoli bellissimi nel mondo, mi riferisco in questo momento ai popoli tribali della Valle dell’Omo, Etiopia, Africa.
Il governo centrale etiope ha concluso dei contratti di affitto delle terre su cui vivono questi meravigliosi popoli da millenni, a favore di tre multinazionali, di cui una italiana.
Queste terre sono destinate alla coltivazione di canna da zucchero e cotone (immagino OGM, transgenico).
Gia’ ora stanno incarcerando queste persone meravigliose che stanno protestando in difesa della loro terra.
Verranno mandati via dalle loro terre. Sono duecentomila.
Sono gia’ state costruite 2 dighe a monte delle loro terre, la terza (GIBE3) sta’ per essere completata.
Verra’ modificato il funzionamento del fiume Omo.
Le sue acque serviranno alla canna da zucchero e al cotone, non piu’ alla vita di questa gente perbene.
Loro, i legittimi proprietari di queste terre, saranno ridotti alla fame e alla sete.
Inoltre il fiume Omo alimenta il piu’ grande lago nel deserto del mondo, il lago Turkana, in Kenia.
Questo lago sostiene la vita di altre trecentomila persone.
E’ molto probabile che tale lago diventera’ secco.
Cinquecentomila persone innocenti sacrificate sull’altare del consumismo.

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Progresso ?

il progresso …. quanti danni sta’ facendo !!!!
vedi valle dell’Omo, vedi elefanti, vedi Aborigeni in Australia, vedi Indiani del Nordamerica, vedi Popoli della foresta in centro e sud America, Innu, Eschimesi, Penan, e Boscimani, Tibetani, Birmani, abitanti del Borneo, Jarava, popoli della Siberia, Nigeria, Congo, Camerun, Liberia, Guatemaltechi, Ruanda, Kenia, e chissa’ quanti altri.
Per non parlare dei maltrattamenti agli animali (allevamenti intensivi, vivisezione, esperimenti genetici e farmacologici, caccia con mezzi sleali, distruzione del loro habitat).
E alle piante (distruzione di foreste, introduzione di ogm, pesticidi).
E all’acqua e all’aria (inquinamento).
E al suolo e sottofondi marini (estrazioni di minerali e combustibili fossili e acqua fossile, esperimenti nucleari).
E allo spazio (disseminazione di frammenti metallici attorno al nostro pianeta).
E tutte le radiazioni e i rumori che sconvolgono anche le balene.
E la grandissima pericolosita’ dell’uso delle particelle nucleari nelle armi e nella produzione di energia, con le scorie nucleari.
E la chimica che sconvolge la biologia.
Il progresso sta’ uccidendo il sistema Terra.
Siamo impazziti, noi gente del progresso, alcuni di noi se ne rendono conto ma siamo pochi.
E’ una pena, di questo si dovrebbe parlare in televisione, del male che facciamo per imparare a non farlo piu’.

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PUREZZA

Evviva per :

purezza

semplicita’

essenzialita’

lealta’

condivisione.

mi e’ piaciuto vedere il film :

Il pianeta verde (La Belle Verte) è un film del 1996 diretto da Coline Serreau.

🙂   🙂   🙂   🙂

Tiziano

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Amore universale semplice

voglio proporre qualche buona parola, dall’animo di una anziana maya.

http://www.youtube.com/watch?v=Y1NgowfPtYk

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Popoli primitivi ?

Non sono popoli primitivi, sono popoli attuali che hanno fatto delle scelte differenti dalle nostre di popoli tecnologici.

La differenza e’ che loro non inquinano il pianeta Terra e che sono piu’ felici di noi.

http://www.survival.it/film/controogniprevisione

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Aiutiamo la associazione benemerita SURVIVAL ….

Sono Tiziano (Felicetiz), e volentieri vi riporto questo messaggio di Survival, associazione che agisce a livello mondiale in difesa dei sacrosanti diritti dei popoli indigeni. Questa associazione e’ un concentrato di bonta’ e saggezza. Io amo questa associazione. Ecco il loro messaggio :

Dona il tuo 5×1000 a Survival per aiutare i popoli indigeni di tutto il mondo.Purtroppo, nel 2010 abbiamo visto diminuire iscrizioni e donazioni non solo a causa della crisi economica, ma anche per l’aumento del 500% delle tariffe postali agevolate destinate alle associazioni no-profit, che ci ha costretti a tagliare l’invio di bollettini e appelli. Se abbiamo potuto continuare comunque il nostro lavoro e vincere tante nuove battaglie, cruciali per la sopravvivenza di molti popoli indigeni, è stato principalmente grazie al 5×1000 e al potenziamento del nostro sito Internet. Ma dobbiamo fare di più. Donateci il vostro 5×1000 e chiedete ai vostri amici di fare altrettanto. 

[Se volete saperne di più sulle nostre difficoltà, le contromisure messe in campo e i progetti futuri, potete leggere la lettera inviata recentemente a tutti i sostenitori dalla direttrice Francesca Casella : lettera-survival-0311]

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Per favore leggete …. grazie se lo fate

Desidero condividere con voi questi saggi pensieri . Tiziano che ama la SERENITA’.

Introduzione

Tuiavii non ebbe mai intenzione di presentare in Europa questi discorsi e tanto
meno di farli stampare; essi erano concepiti esclusivamente per le sue genti
polinesiane. Tuttavia è importante sapere con quali occhi un uomo ancora così
strettamente legato alla natura vede noi e la nostra civiltà. Attraverso i suoi
occhi impariamo a vedere noi stessi da un angolo di visuale che non potrebbe mai
essere nostro.
Questi discorsi rappresentano un richiamo a tutti i popoli primitivi dei mari
del sud a tenersi lontani dai popoli cosiddetti illuminati del continente
europeo. Tuiavii era convinto che i suoi antenati avevano commesso un gravissimo
errore lasciandosi sedurre dalle luci dell’Europa.
Egli possedeva in straordinaria misura il dono di saper vedere in maniera
obiettiva, libera da ogni preconcetto. Nulla lo poteva accecare, e non v’erano
parole che potessero distoglierlo da una verità. Egli vedeva per così dire la
cosa in sé.
Tuiavii, l’isolano primitivo, considerava tutte le conquiste della civiltà
europea come un errore, un vicolo cieco. Non riesce a vedere in che cosa
consista il grande valore della civiltà europea, dal momento che essa distoglie
l’uomo da se stesso, lo priva di autenticità, di naturalezza, lo rende peggiore.
«Voi credete di portarci la luce, in realtà vorreste trascinarci nella vostra
oscurità»
In una sorta di infantile sincerità e in una totale irriverenza sta, a mio
avviso, il valore dei discorsi di Tuiavii per noi europei e anche la ragione di
una loro pubblicazione.
Horn in Baden, 1920
ERICH SCHEURMANN

La grave malattia del pensarec

Quando la parola «spirito» sale alle labbra del Papalagi, i suoi occhi si
ingrandiscono, si fanno tondi e fissi; gonfia il petto, respira pesantemente e
si stira come un guerriero che ha sconfitto il proprio nemico. Perché questo
«spirito» è qualcosa di cui è particolarmente fiero. Qui non si tratta del
grande, possente spirito che il missionario chiama «Dio», di cui tutti non siamo
che miserevoli riflessi, ma del piccolo spirito, quello che appartiene all’uomo
e fa i suoi pensieri.
Se io da qui vedo l’albero di mango dietro la chiesa della missione, ciò non è
spirito, perché io vedo soltanto. Ma se riconosco che è più grande della chiesa
della missione, allora ciò è spirito. Devo cioè non soltanto vedere qualcosa, ma
anche sapere qualcosa. Questo sapere il Papalagi lo usa dall’alba al tramonto.
Il suo spirito è sempre come una canna da sparo piena di polvere o come un amo
gettato. Per questo egli ha compassione di noi, popoli delle molte isole, perché
non usiamo alcun sapere. Dice che noi siamo poveri di spirito e stupidi come
l’animale della giungla.
Questo è certo vero, che noi usiamo poco ciò che il Papalagi chiama «pensare».
Ma ci si può domandare chi è lo stupido, se colui che non pensa molto o colui
che pensa troppo. Il Papalagi pensa continuamente: «La mia capanna è più piccola
della palma. La palma si piega nella tempesta. La tempesta parla con una gran
voce». Queste cose lui pensa; alla sua maniera, naturalmente. Ma pensa anche su
se stesso: «Io sono piccolo di statura. Il mio cuore è sempre lieto alla vista
di una fanciulla. Mi piace molto fare un viaggio, e così via. Ciò è bello e
buono e può anche essere utile per colui che ama questo gioco nella sua testa.
Ma il Papalagi pensa tanto, che il pensare è diventato per lui abitudine,
necessità, costrizione addirittura. Lui deve sempre pensare. Ben difficilmente
riesce a non pensare e a vivere invece con tutte le sue membra. Lui vive
soltanto con la testa, mentre tutti gli altri suoi sensi giacciono nel sonno
profondo. Sebbene egli intanto cammini diritto, parli, mangi e rida. Il pensare,
i pensieri (questi sono il frutto del pensare) lo tengono prigioniero. Si
inebria dei suoi stessi pensieri. Quando splende il sole, lui subito pensa:
«Come splende magnificamente il sole in questo momento». E continua a pensare:
«Come splende». Questo è sbagliato. Assolutamente sbagliato. Stolto. Perché
quando il sole splende è assai meglio non pensare affatto. Un saggio samoano
distende le sue membra nella calda luce e non pensa a niente. Accoglie il sole
non solo con la testa, ma anche con le mani, con i piedi, i fianchi, il ventre,
con tutte le membra. Lascia che la pelle e le membra gioiscano e si rallegrino
per conto loro e pensino per lui. Ed esse certamente pensano, anche se in
maniera diversa dalla testa. Ma il Papalagi ne è in molte maniere impedito; il
molto pensare gli sta davanti come un gran blocco di lava ch’egli non può
togliere di mezzo. Ha, certo, pensieri allegri, ma non ride; ha pensieri tristi,
ma non piange. Ha fame, ma non va a prendersi del taro e del palusami (piatto
tipico samoano, n.d.r.). Il più delle volte è un uomo i cui sensi vivono in
lotta con lo spirito: un uomo diviso in due parti.
La vita del Papalagi assomiglia molto spesso a quella di un uomo che deve andare
con la barca a Savaii e che, non appena lasciata la riva, pensa: «Quanto tempo
potrò impiegare per arrivare a Savaii?» Pensa, e intanto non vede il bel
paesaggio che attraversa nel corso del suo viaggio. Ora gli si presenta sulla
sinistra il dorso di una montagna. Non appena il suo occhio l’ha afferrata, non
può più lasciarla: «Che cosa ci può essere dietro quella montagna? Ci sarà una
baia profonda oppure piccola?» E per il molto pensare dimentica di cantare le
belle canzoni dei giovani navigatori, e neppure ode le parole scherzose delle
fanciulle. Appena la baia e la montagna sono alle sue spalle, subito lo tormenta
un nuovo pensiero: se prima di sera non verrà una tempesta. Sicuro: se verrà la
tempesta. E cerca nel cielo limpido le nuvole nere. Continua a pensare alla
tempesta che potrebbe venire. La tempesta non viene e lui giunge a Savaii la
sera stessa senza danno. Ma per lui è come se non avesse neppure fatto il
viaggio, perché i suoi pensieri per tutto il tempo sono stati lontani dal corpo
e fuori dell’imbarcazione.
Ma uno spirito che ci tormenta in tal modo è un demonio e io non capisco perché
molti lo debbano amare. Il Papalagi ama e venera il suo spirito e lo nutre con i
pensieri della sua testa. Non lo lascia mai languire, ma gli è anche di poco
incomodo quando i pensieri si divorano a vicenda. Fa molto rumore con i suoi
pensieri e lascia che diventino chiassosi come bambini maleducati. Si comporta
come se i suoi pensieri fossero splendidi come fiori, come montagne o foreste.
Di essi parla come se al confronto un uomo valoroso o una fanciulla di animo
lieto non avessero alcun valore. Fa esattamente come se ci fosse un comandamento
che ordina all’uomo di pensare molto. Sicuro, come se questo comandamento
venisse da Dio. Quando le palme e le montagne pensano, non fanno certo tanto
baccano. E, sicuramente, se le palme pensassero con tanto rumore come fa il
Papalagi, non avrebbero foglie così verdi e belle e non darebbero frutti così
dorati. I frutti cadrebbero prima di essere maturi. Ma è molto più probabile che
esse pensino assai poco.
Oltre a ciò ci sono moltissime maniere di pensare e innumerevoli bersagli per la
freccia dello spirito. Triste è la sorte di colui che va molto lontano con il
pensiero. «Che accadrà quando verrà la prossima aurora? Che cosa vorrà da me il
Grande Spirito quando io arriverò nell’oltretomba? Dov’ero prima che i
messaggeri delle divinità mi facessero dono dell’anima?» Questo pensare è tanto
inutile quanto voler vedere il sole con gli occhi chiusi. Non si può. Perciò non
è neppure possibile pensare fino in fondo l’inizio e la fine delle cose. Se ne
avvedono coloro che ci si provano. Dai loro giovani anni fino alla maturità
restano fermi su un punto, come il martin pescatore. Non vedono più il sole, il
vasto mare, le dolci fanciulle; non provano più alcuna gioia, niente di niente.
Persino la kava non piace più loro e durante le danze sulla piazza del villaggio
tengono gli occhi abbassati e guardano a terra. Non vivono, anche se non sono
morti. Sono stati colpiti dalla grave malattia del pensare.
Questo pensare dovrebbe rendere grande e nobile la mente. Se uno pensa molto e
in fretta, in Europa si dice che è una grande testa. Invece di provare
compassione per queste grandi teste, esse sono oggetto di particolare
ammirazione. I villaggi eleggono questi uomini loro capi e, là dove arriva, una
grande testa deve pensare in pubblico, davanti alla gente, così che tutti ne
hanno gran piacere e l’ammirano. Quando muore una grande testa, tutto il paese è
in lutto e grandi sono il dolore e le lamentazioni per ciò che si è perduto. Si
fa un’immagine di pietra della grande testa del defunto e la si mette davanti
agli occhi di tutti, sulla piazza del paese. Queste teste di pietra sono molto
più grandi di com’erano quelle vive, affinché tutti le possano bene ammirare e
ricordarsi con umiltà di quanto sono piccole le loro.
Quando si domanda a un Papalagi: «Perché pensi tanto?» Lui risponde: «Perché non
voglio restare stupido».
Io credo però che questo sia soltanto un pretesto e che il Papalagi segua un
cattivo impulso; che il vero scopo del suo pensare sia di arrivare a capire ciò
che sta dietro le forze del Grande Spirito. Un fare che egli stesso definisce
con l’altisonante parola «conoscenza». Conoscenza vuol dire avere una cosa così
vicina agli occhi che ci si batte il naso. Questo battere il naso nelle cose e
frugarci dentro è una brutta e deprecabile voglia del Papalagi. Afferra la
scolopendra, la trafigge con una minutissima lancia, le stacca una zampa: «Che
aspetto ha una zampa staccata in quel modo dal corpo? Come era attaccata?»
Taglia la zampa, la apre per misurarne la grandezza. Questo è importante, è
essenziale. Stacca una scheggia dalla zampa, piccola quanto un granello di
sabbia, e la mette sotto un lungo tubo che ha una forza segreta e rende gli
occhi tanto più acuti. Con questo occhio magico il Papalagi studia e controlla
ogni cosa, le tue lacrime, un pezzetto della tua pelle, un capello, tutto.
Spezzetta tutte le cose fino a quando arriva al punto in cui non c’è più nulla
da tagliare e da dividere. Sebbene questo punto sia il più piccolo, di solito è
più importante, perché è un accesso alla grande conoscenza che soltanto il
Grande Spirito possiede.
Questo accesso non è aperto al Papalagi e anche i suoi occhi magici più acuti
non hanno ancora potuto guardarvi dentro. Nessuno è mai salito più alto di
quanto lo fosse il tronco della palma che le sue gambe stringevano. Giunto sulla
cima della pianta, gli veniva a mancare il tronco per salire più su. Il Grande
Spirito non ama la curiosità degli uomini, per questo ha teso sopra tutte le
cose grandi liane che sono senza principio e senza fine. Perciò chiunque indaghi
con attenzione su tutto il pensare dovrà alla fine avvedersi che rimane sempre
stupido e che deve lasciare al Grande Spirito tutte le risposte che lui stesso
non può dare. Questo, d’altronde, i Papalagi più coraggiosi e più intelligenti
lo ammettono. Tuttavia, molti di quei malati del pensiero non sanno rinunciare a
tale piacere; e per questo il pensare degli uomini conduce allo smarrimento per
tante e diverse vie, esattamente come se camminassero in una giungla dove non
c’è ancora alcun sentiero. Nel pensare consumano a tal punto i loro sensi che
poi, come in effetti è già accaduto, improvvisamente non sanno più distinguere
tra uomo e animale. Affermano che l’uomo è un animale e che l’animale è umano.
Deprecabile e fatale è perciò che tutti i pensieri, non importa se buoni o
cattivi, vengano subito buttati sulle bianche stuoie sottili «Vengono stampati»,
dice il Papalagi. Che vuol dire che ciò che quei malati pensano viene poi
scritto con una macchina molto misteriosa, che ha mille mani e la fortissima
volontà di molti grandi capi. Ma non solo una o due volte, bensì tantissime
volte, infinite volte essa riscrive sempre gli stessi pensieri. Molte stuoie di
pensieri vengono poi legate in fasci e schiacciate insieme (libri, li chiama il
Papalagi) e inviate in tutte le parti del grande paese. Così ben presto tutti
coloro che prendono dentro di sé questi pensieri ne vengono contagiati. E
divorano queste stuoie di pensieri come dolci banane, esse si trovano in ogni
capanna, se ne colmano interi cassoni, e giovani e vecchi vi rosicchiano intorno
come i topi rosicchiano la canna da zucchero. Perciò sono così pochi coloro che
ancora possono pensare ragionevolmente, con pensieri naturali, come li ha
qualsiasi onesto samoano.
Allo stesso modo anche ai bambini vengono messi in testa tanti pensieri finché
ce ne stanno. Ogni giorno sono obbligati a ingoiare una certa quantità di stuoie
di pensieri. Solo i più sani respingono questi pensieri o li lasciano cadere dal
loro spirito come attraverso una rete. La maggior parte invece se ne riempie la
testa a tal punto che poi non vi resta più spazio e non vi entra più alcuna
luce. Questo lo si chiama «educare lo spirito» e lo stato permanente di questo
smarrimento si chiama «cultura», cosa generalmente diffusa.
Cultura vuol dire colmare le proprie teste fino all’orlo estremo con le
conoscenze. L’uomo colto conosce la lunghezza della palma, il peso della noce di
cocco, i nomi di tutti i grandi capi e l’epoca delle loro guerre. Conosce la
grandezza della luna, delle stelle e di tutte le terre. Conosce per nome ogni
fiume, ogni animale, ogni pianta. Sa tutto. Fai una domanda a un uomo colto e
lui ti spara addosso la risposta prima ancora che tu abbia finito di chiudere la
bocca. La sua testa è sempre carica di munizioni, è sempre pronta a sparare.
Ogni europeo consuma gli anni più belli della sua vita per rendere la sua testa
simile alla più rapida canna da sparo. Chi vuole sottrarsi a questo, vi viene
costretto. Ogni Papalagi deve sapere, deve pensare.
L’unica cosa che potrebbe ancora guarire tutti questi malati di pensiero,
l’oblio, il cacciar via i pensieri, è un’arte che non viene praticata. Sono
quindi pochissimi quelli che lo sanno fare. La maggior parte porta dentro la
testa un tale peso che il corpo è stanco e perde energie e appassisce prima del
tempo.
Dobbiamo noi dunque, cari non pensanti fratelli, dopo tutto quello che vi ho in
verità raccontato, veramente imitare il Papalagi e imparare tutti quei pensieri
come lui? Io dico: «No!» Perché noi non dobbiamo fare nulla che non sia ciò che
ci rende più forti nel corpo e più lieti e migliori nell’animo. Dobbiamo
guardarci da tutto ciò che ci potrebbe derubare della nostra gioia di vivere,
soprattutto da ciò che può oscurare il nostro spirito e togliergli la sua chiara
luce, ciò che mette la nostra testa in lotta con il nostro corpo. Il Papalagi ci
dimostra col suo fare che il pensare è una grave malattia che riduce di molto il
valore di un uomo, lo rende più piccolo.

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